martedì 29 luglio 2008

Casa sugli Alberi

esterne261215462603123527_bigQuesta che vedete nella foto è una meravigliosa casa (più di 500 metri quadri) costruita interamente sugli alberi. Si trova in Inghilterra, nel parco di Alnwick dove tiene compagnia ad altre meravigliose strutture e composizioni artistiche tutte realizzate in armonia con la natura circostante.

 

 

Hydnora africana

Hydnora africana2

è una pianta achlorophyllous nativa dell'Africa vive da parassita sulle radici dei delle Euphorbiaceae. La pianta cresce sotto la sabbia, fatta eccezione per un fiore carnoso che emerge dal suolo e emette un odore di feci per attirare gli impollinatori come i coleotteri. I fiori agiscono come trappole per un breve periodo per trattenete i coleotteri che entrano per poi rilasciarli quando il fiore è completamente aperto.

Hydnora africana

Rafflesia

Rafflesia è un genere di piante parassite, scoperto nel 1818 nella foresta pluviale indonesiana.

Il nome del genere è un omaggio a Sir Thomas Stamford Raffles, capo della spedizione a cui si deve la scoperta

 

2003640549756197625_rs

Le piante del genere Rafflesia non presentano tronco, foglie o vere radici. Vivono in un rapporto di parassitismo con le piante del genere Tetrastigma (Vitaceae), all'interno dei tessuti delle quali propagano i propri austori. L'unica parte visibile al di fuori della pianta-ospite è il fiore: infatti, dato che si tratta di una pianta parassita, essa non ha bisogno della fotosintesi.Rafflesia arnoldii

il fiore può superare i 100 cm di diametro, e pesare sino a 10 kg.

Per il loro aspetto e soprattutto per il loro odore, i fiori ricordano la carne putrefatta; per questa ragione le popolazioni locali indicano la pianta con nomi traducibili come "pianta carne" o "pianta cadavere"

Ancora Tetti Verdi


Continuando a parlare di tetti verdi un dipartimento della Toyota (quella della Prius!) ha messo sul mercato delle tegole per tetti verdi.Le tegole sono state studiate per rendere facile la crescita dell'erba sui tetti.Ogni tegola e' dotata di un sistema di irrigazione che si attacca a quello delle tegole adiacenti ed e' facilmente collegabile al rubinetto centrale, ogni tegola, quindi, verrà irrigata senza bisogno di posare tubi.L'erba scelta e' una varietà nana, coreana, che deve essere tagliata una sola volta all'anno.Le tegole sono sottili e leggere, non richiedono interventi strutturali spesso necessari per installare un tetto verde e sembra che possano essere fatte crescere anche all'interno.Il costo di una tegola e' di 43 dollari, la sua dimensione e' di circa 50 cm quadrati e viene commercializzata dalla Toyota roof garden
arrivando al dunque derivano effetti benefici universalmente noti, come la produzione di ossigeno, l'azione di filtraggio della polvere, l'assorbimento dei suoni, l'attenuamento dei picchi di temperatura. A ciò si aggiunge il valore ricreativo per l'uomo (l'azione rilassante del verde, i colori ed i profumi dei fiori, ecc.) così come il riconquistato spazio vitale per insetti, uccelli... I tetti verdi hanno insomma un notevole valore come biotopi.
Il verde sui tetti ha però anche un importante effetto di protezione. I tetti in nudo asfalto raggiungono in estate temperature di superficie sino agli 80°C (nelle giornate estive), di notte si raffreddano sino a 20°C, raggiungendo in tal modo escursioni termiche di 60°C: Il raffreddamento invernale tocca persino valori di -20°C: Le escursioni termiche nel corso dell'anno si aggirano insomma sui 100°C ed anche oltre. I tetti verdi fanno registrare invece scarti di temperatura più misurati, con un massimo estivo di 25°C ed un minimo invernale di soli -10°C, riducendo così l'escursione termica annuale a 35°C e quella giornaliera a 10°C.
A causa del calore e dei raggi UV (ultravioletti), sulle superfici dei tetti non ricoperti di verde e senza ghiaia lo strato di bitume esala degli olii che intaccano ed accorciano la durata dei materiali. Nel periodo del riscaldamento i tetti verdi diminuiscono la dispersione di calore sino al 10%, mentre nell'afa estiva creano una piacevole frescura.
Un contributo all'ecologia
Va data particolare importanza ai tetti verdi in quanto, grazie alla vegetazione ed al relativo substrato, assorbono le precipitazioni come una spugna e ne ritardano (nonchè diminuiscono) notevolmente il deflusso. Uno strato di verde di circa 50 cm accumula la quantità di acqua che precipita in circa tre mesi, ossia più o meno 150 mm. Grazie al fatto che le piante stesse necessitano di acqua per i propri processi vitali, tali tetti sopportano forti piogge e le incamerano in misura tale, che le grondaie non vengono sovraccaricate e allagamenti ed inondazioni diminuiscono. La costruzione di scoli e bacini di contenimento per l'acqua piovana può essere sensibilmente ridotta.

Tetti Verdi






Nella maggior parte dei casi un tetto verde è progettato per richiedere bassissima o scarsa manutenzione. Durante i primi 2-3 mesi può essere necessario irrigarlo, dopo di che la copertura verde ha solo bisogno di qualche controllo perché la vegetazione cresca rigogliosa.



Vengono adottati metodi costruttivi di una copertura verde diversi a seconda se l'edificio è in costruzione o già realizzato. Con moduli impermeabilizzanti installati direttamente sulla superficie del tetto già esistente, una copertura verde effettivamente aiuta a proteggere e isolare il tetto ulteriormente dalla bassa o alta temperatura esterna.

sabato 26 luglio 2008

Urban Cactus

 

Urban Cactus e’ un progetto di un edificio residenziale realizzato da UCX Architects per la citta’ di Rotterdam. Un centinaio di appartamenti distribuiti su 19 piani.hd30c hd30b-laem

Nebulosa


La nebulosa Occhio di Gatto si trova ad oltre trecento anni luce di distanza dalla Terra. E' una classica nebulosa planetaria, formata dalle fasi finali della vita di una stella di piccola massa, come il Sole. In questo caso si notano delle emissioni gassose concentriche, segno del fatto che la stella centrale ha esplulso i suoi strati esterni a più riprese. Il risultato finale è però molto bello dal punto di vista estetico. Il nostro Sole potrebbe trovarsi nella fase di nebulosa planetaria tra circa 5 miliardi di anni.



Cabina doccia multifunzione

La nuova cabina doccia multifunzione di Duravit. Una rivoluzione in termini di design e funzionalità: creata da Jochen Schmiddem, la cabina doccia multifunzione ricorda un lussuoso yacht. Dietro il box in cristallo, completamente trasparente o azzurrato, vi aspetta il benessere puro, azionato mediante il telecomando con touch display: fare la doccia, l'idromassaggio, il bagno turco o rilassarsi, in piedi o sdraiati, da soli o in due. Pronti a salpare? Benvenuti a bordo...

SUCCO DI BANANA


un semplice disegno, intelligente, pensato per il succo di frutta alla banana. Il progettista è un giapponese Naoto Fukasawa

venerdì 25 luglio 2008

Giardini verticali


giardini verticali di Patrick Blanc caratterizzano il museo di Jean Nouvel a Parigi.
Un muro vegetale di 150 piante, diverse. Un giardino come catalogo di specie vegetali. 4 corpi di un complesso, mai uguale a se stesso. 5 ingressi con prospettive, sempre nuove. Ritmato da scatole colorate e da infinite sfumature di rosso: ogni intervento sottolinea elementi non ripetitivi (progettati da Nouvel). Ibrido. Colorato. Scenografico.
E’ il Musée du quai Branly a Parigi, dedicato all’arte primitiva dei quattro continenti e impreziosito dall’opera di Patrick Blanc. I giardini verticali di Blanc possono essere implementati ovunque, in ambienti esterni, come in quelli interni.
Il sistema è composto di tre parti: uno strato di PVC, uno di feltro e una rete metallica, un sistema auto-portante, senza terra, che può essere anche sospeso in aria. I benefici del Vertical Garden sono molteplici: migliorano l’aria, abbassano i consumi di energia, offrono una naturale barriera al suono e risultano sicuramente gradevoli alla vista.
Non importa dove si vive, città, periferia, clima caldo o freddo, all’aperto o al chiuso, il giardino verticale apporta un tocco di verde e di benessere a tutto.

giovedì 24 luglio 2008

OLIO DI PALMA






L’olio di palma è dappertutto, dalle merendine alle centrali elettriche. Ma le piantagioni tolgono terra all’agricoltura e provocano la deforestazione. Potete anche non crederci, ma quella che sta mangiando vostro figlio non è una merendina, è un pericolo per il pianeta. Perché dentro la briosche c’è olio di palma. Sugli ingredienti c’è scritto “oli vegetali”, ma, potete scommetterci, è olio estratto dai semi di una palma coltivata con ogni probabilità in Indonesia, o Malesia, o Papua Nuova Guinea.



Il consumo dell’olio di palma aumenta esponenzialmente, il mercato tira, i palmeti vengono piantati al posto delle foreste pluviali di mezzo Sud-est asiatico. Risultato: tonnellate di anidride carbonica e altri gas serra liberati nell’atmosfera. Ma non solo: piantagioni di palma stanno degradando la zona delle torbiere indonesiane, uno straordinario magazzino naturale di CO2. Col rischio che miliardi di tonnellate custodite nel sottosuolo si riversino nell’aria. Già oggi quasi la metà dei 22 milioni di ettari di torbiere indonesiane è stata eliminata e prosciugata: è la terza causa di emissioni di gas serra del pianeta, dopo gli Usa e la Cina. La situazione è destinata a peggiorare: oltre che a fare merendine e altri prodotti alimentari, l’olio di palma è particolarmente indicato per l’utilizzo energetico, per diventare biodiesel o combustibile per centrali elettriche.

Le stime dicono che la domanda raddoppierà entro 20 anni, e triplicherà entro il 2050. Intanto nuove piantagioni sorgono dall’Africa all’America Latina. In tutto questo l’Italia gioca un ruolo di primo piano. Con oltre 40mila tonnellate (10mila in più rispetto al 2006) il nostro Paese si è confermato nel 2007 terzo importatore europeo di olio di palma, soprattutto da Papua Nuova Guinea e Indonesia, un po’ meno dalla Malesia (dati Istat). L’85% è finito all’industria alimentare, e infatti la palma è dappertutto. C’è olio di palma in tutte le bottiglie rosse di olio per friggere, nella “croissanteria” e nelle margarine, nel Kitkat e nelle Pringles. Usano olio di palma la maggior parte delle friggitorie che vendono patatine e fritti vari e tutta la panificazione pronta, quella da scaldare tipica dei bar. Il più grande importatore (e raffinatore) di olio di palma è la Unigrà di Conselice (Ra), che oggi raffina oli e grassi e conto terzi produce margarine, semilavorati in polvere, cioccolato e surrogato, creme vegetali. Al secondo posto, la Ferrero, quella della Nutella. Altri grandi consumatori sono Barilla e Bauli, questa specie dopo l’acquisizione della Casalini, uno dei maggiori produttori italiani di merendine.




Ma è nel campo energetico che le cose si muovono di più. Oggi in Italia esistono poche centrali elettriche che bruciano olio di palma, ma le previsioni sulla crisi petrolifera e l’aumento dei consumi hanno spinto in molti a investire sugli impianti di questo tipo. In progetto ci sono non meno di 25 centrali in tutta Italia, e alcune sono già in corso di realizzazione. Sul business si sono lanciati in molti, a partire dalla Unigrà, che ha in progetto una centrale a Conselice. Un altro impianto è quello di Monopoli, progetto della Casa olearia italiana, oleificio del gruppo Marseglia, già grande importatore alimentare.Tra i vari nomi spunta quello della Fri-el, azienda che appartiene ai tre fratelli altoatesini Ghostner.

Fri-el è nata investendo nell’idroelettrico, per passare poi all’eolico. Cinque anni fa l’intuizione: buttarsi sull’olio. Una prima centrale è in via di realizzazione ad Acerra (sì, quella dell’inceneritore), avrà una potenza di 70 MW -non poco per essere una centrale a biomassa- e dovrebbe essere operativa entro un anno e mezzo. È solo il primo di una decina di impianti in progettazione, la cui convenienza è strettamente legata al meccanismo italiano di incentivazione delle fonti rinnovabili. Perché l’olio di palma è una fonte rinnovabile e da noi i cosiddetti “certificati verdi”, cioè i soldi che lo Stato versa a un’azienda in funzione dell’energia pulita prodotta, valgono il triplo della media europea. Per questo un impianto, che costa circa un milione di euro a MW, si ripaga velocemente e fa guadagnare molto. Nessuna distinzione viene fatta sulla provenienza del combustibile: anche se l’olio di palma arriva dall’altra parte del mondo, e contribuisce alla distruzione delle foreste indonesiane, è una fonte rinnovabile da premiare.





Non importa se le palme sottraggono terra all’agricoltura destinata all’alimentazione umana. I fratelli Ghostner hanno anche investito in piantagioni: Congo, Malesia, Indonesia; in Romania hanno già piantato 10mila ettari di palme, in Etiopia sono pronti i primi 2mila (e hanno una concessione per 60mila); in Gabon c’è un progetto da 100mila ettari.

Un’altra grande centrale da 90 MW della Fri-el dovrebbe sorgere a Grosseto, ma tardano le autorizzazioni. Anche perché lo scorso anno la Regione Toscana ha approvato una mozione che pone una moratoria su impianti di questo genere. L’unico che di sicuro si farà sarà a Piombino: 22 MW, l’azienda è la Seca dell’imprenditore Bruno Pietrini. Il panorama si completa con la Miro Radici, che ha invece in programma la costruzione di un impianto (il primo di quattro) a Martignana Po, mentre la famiglia Clivati di Bergamo, che fa tubi a Suisio e a Oliveto Citra (Sa), vuole realizzare un impianto a olio a Ottana, nel nuorese. Il futuro dell’olio di palma è scritto. La crescita della domanda ne ha fatto impennare i prezzi, raddoppiati in un anno. Solo chi si è assicurato negli scorsi anni la fornitura, o produce in proprio, è però sicuro dell’investimento. Il clima non è una voce del conto.


Unilever, Nestlé, Kraft e Procter&Gamble: i colossi dell’industria alimentare sono responsabili della conversione di oltre il 1,4 milioni di ettari della foresta di Riau, nell’isola di Sumatra, in palmeti per la produzione di olio da cucina. Da sola, Unilever ne usa 1,2 milioni di tonnellate l’anno, il 4% della produzione mondiale (28 milioni di tonnellate: è l'olio più prodotto dopo quello di soia). Finisce nella margarina Flora, nel formaggio Philadelphia o nelle Pringles. Il mercato dell’olio di palma è controllato da una manciata di aziende: Cargill, Adm-Kuok-Wilmar e Synergy Drive. Per far fronte alle critiche hanno dato vita al Roundtable on Sustainable Palm Oil: ne fanno parte 219 membri, che rappresentano il 40% del mercato. Per l'Italia sono presenti Ferrero e Unigrà. Anche se al tavolo partecipano anche 18 ong, nella pratica si tratta di un organismo di autocertificazione, dove controllore e controllato coincidono.

Il rapporto di Greenpeace “Come ti friggo il clima” dimostra che, a causa della crescente domanda sul mercato internazionale di olio di palma, le più grandi industrie alimentari, cosmetiche e di biocarburanti distruggono le torbiere e foreste pluviali indonesiane, mandando il clima del pianeta a farsi friggere. Alle stesse conclusioni sono arrivati gli scienziati del Comitato intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) dell’Onu. Le piantagioni di olio di palma indonesiane soddisfano le richieste del mercato globale di olio vegetale a poco prezzo da utilizzare nella produzione di cibo, cosmetici e carburanti.

Dal 2000 le esportazioni dall’Indonesia sono cresciute del 244%. Le multinazionali si riparano dalle accuse di Greenpeace dietro il debole scudo della RSPO (Tavola rotonda sull’olio di palma sostenibile), presieduta da Jan Kees Vi di Unilever e creata con l’obiettivo di “promuovere lo sviluppo e l’uso sostenibile dell’olio di palma”. Ma non è abbastanza. Le ricerche sul campo, infatti, rivelano che gli affari dei membri della Rspo dipendono da fornitori attivamente implicati nella deforestazione e conversione agricola delle foreste torbiere, e fino a quando la Rspo non inserirà tra i propri standard il divieto ai propri membri di convertire aree di foreste e torbiere in piantagioni la loro certificazione non potrà essere considerata in alcun modo sostenibile.

Per disinnescare l’ecobomba Indonesia Greenpeace si pone l’obiettivo di una moratoria sulla conversione delle ultime torbiere indonesiane e dell’elaborazione di standard per la coltivazione di palma da olio che possano davvero essere considerati sostenibili sia da un punto di vista ambientale sia da un punto di vista sociale.

Giochi di Carta


martedì 22 luglio 2008

Tazze sospese

Senza nome

Grazie ad una calamita inserita sul fianco di una tazza che si va ad unire ad un'altra possono stare sospese. Un lavoro ingegnoso di Invalt design.6_chainlinkdetail-thumb

Butterfly Clock

 

butterflyclock-thumbIl tempo scorre alla velocità di un battito d'ala di farfalla. E' l'interpretazione del designer Pascal Tarabay con Butterfly Clock orologio da parete.

Lavandino




lavandino di Smith Newnam, i led formano un gioco di colori che cambiano fino a diventare di gradazione rossa quando la temperatura dell’acqua comincia a salire.
Dal lato della praticità invece forse non è il massimo, dato che la temperatura dell’acqua è impostabile spostando il sassolino lungo una guida apposita.